Chemical colour imaging

Quando il riconoscimento delle forme o dei colori non è sufficiente per interpretare la realtà fotografata da un sistema di visione, perché non estrapolare anche l’informazione chimica, in modo da riconoscere non solo “come” ma anche “di cosa” è fatto ciò che osserviamo? Oggi è possibile grazie alle tecnologie di Chemical Imaging, derivate dalla visione iperspettrale e rese disponibili per l’utilizzo industriale (ma non solo) attraverso opportuni strumenti hardware e software. Come per tutte le nostre soluzioni, anche il chemical imaging può essere abbinato al deep learning o ad altre tecnologie di visione artificiale per realizzare applicazioni estremamente sofisticate.

Che la finalità del sistema sia l’identificazione, la quantificazione o la verifica, il chemical imaging permette di vedere oltre le apparenze, e con assoluta certezza. Tra le varie possibilità di applicazione troviamo:

  • Separazione dei materiali in impianti di riciclaggio
  • Riconoscimento e misura di principi attivi all’interno di blister o altri contenitori
  • Controllo e misura della qualità di prodotti alimentari
  • Identificazione di contaminanti nei prodotti alimentari, farmaceutici, chimici ecc.
  • Verifica della qualità del packaging
  • Ricerca di umidità, muffa o altro sul legno
  • Monitoraggio e ispezione dei processi di fusione del metallo
  • Controllo e ispezione di bottiglie e contenitori di vetro
  • Applicazioni mediche come la misura dell’ossigenazione nella circolazione periferica o la ricerca di dermopatie

Come funziona il chemical imaging?

I nostri occhi, così come le telecamere normalmente utilizzate per le applicazioni di visione a colori, colgono lo spettro elettromagnetico in quel piccolo intervallo cosiddetto “della luce visibile”, attraverso la sensibilità a tre bande (onde lunghe, percepite come rosso, onde medie, percepite come verde e onde corte, percepite come blu). Il mix di queste tre componenti dà origine a tutti i colori che vediamo. Diversamente, l’imaging iperspettrale divide lo spettro in molte più bande che si estendono molto oltre le lunghezze d’onda della luce visibile. Infatti, se il nostro occhio coglie all’incirca le onde elettromagnetiche di lunghezza compresa fra 400 e 700 nanometri, le telecamere iperspettrali possono arrivare fino a 14000 nm.

Illuminando gli oggetti da vagliare con spettri elettromagnetici più o meno estesi (a seconda delle esigenze), dalla luce visibile all’infrarosso lontano, ogni materiale risponde a specifiche lunghezze d’onda con una propria “firma spettrale”: una vera e propria “impronta digitale” che ne permette il riconoscimento univoco.

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